
SCARABOCCHI/SCRIBBLES
text by Duccio Dogheria
Scarabocchio, dal greco skàrabos, scarafaggio, una parola di per sé mostruosa, evocativa di un certo disgusto con cui molti osservano l’arte contemporanea. Di scarabocchi parla già Pietro da Cortona nel suo Trattato della pittura e scultura (ed. 1652, p. 245), a proposito di un certo Giovannino da Capagnano, che, nel dipingere delle logge, fece “una gran moltitudine di scarabocchi, invece d’uccelli, tirando due pennellate, una per lungo e l’altra per traverso, e tutti riuscirono cose di riso”. Oltre alla mostruosità e al riso lo scarabocchio ha una terza caratteristica: l’epifania dell’inconscio. In psicologia, lo scarabocchio è difatti il medium attraverso il quale emerge la personalità e il carattere di un bambino.
Laurina Paperina “disegna proprio male”. Insomma, un’artista contemporanea 30 e lode, forte di un linguaggio rubacchiato un po’ a South Park e un po’ all’arte infantile, un po’ ai comics della Marvel e un po’ ai manga del Sol Levante. Straordinaria nel reinventare l’esistente con graffiante furore, questa giovane ma già affermata artista popola la misera del quotidiano con personaggi goffi e un po’ maldestri, sempre pronti, comunque, a cavare dai denti il più diamantino sorriso. Scarabocchi, i suoi, assolutamente (new)global, esposti ed apprezzati in mezzo mondo, dalle gallerie del Sudafrica a quelle del Giappone (Murakami è tra i suoi estimatori e collezionisti), dalle fiere di Parigi a quelle di Miami. Opere segnate da un’ironia senza capi ma con molte code, ora gaiamente scodinzolanti, ora toste come fruste, agili e geniali nel mettere in gioco e rovesciare l’immaginario mediatico collettivo, animando un pop-olino di improbabili supereroi rivistati, sempre pronti ad affrontarsi e ad azzuffarsi con mostri simpatici come Gozzilla o tragici come George Bush…
Con un delizioso coctail di forme ecologicamente essenziali e di colori piatti e acidi, Laurina Paperina propone una personalissima e tecnologica declinazione di Gesamtkunstwerk, capace di trasformare in opera d’arte -a suon di performance, web, video e installazioni- ogni cosa che sfiora, da un vecchio paio di scarpe da ginnastica all’evanescente sabbia del mare, fino a un ipotetico virus, diffuso qualche anno fa nel corso di una performance alla Galleria Civica di Trento.